Dal 31 agosto 2026 Instagram ha rinominato l’etichetta “AI Creator” in “Profilo generato dall’IA” (IA, la sigla italiana per intelligenza artificiale, equivalente all’inglese AI che di solito uso in questi articoli) e ha introdotto una penalizzazione per chi non la usa quando dovrebbe: la piattaforma riduce la visibilità dei profili che mostrano una persona creata con l’intelligenza artificiale senza dichiararlo. Lo ha confermato TechCrunch il giorno stesso dell’annuncio, riportando anche la posizione di Instagram: “Sentiamo dire che alle persone non piace vedere un profilo che sembra umano, per poi scoprire che chi è raffigurato è generato dall’AI”.
Il giorno dopo, il 1° settembre, la notizia è arrivata anche in Italia tramite ANSA, con una frase di Meta che chiarisce bene il bersaglio della misura: “I profili senza etichetta non saranno più consigliati e potrebbero presto vedere ridotta la propria visibilità”. Nei gruppi di chi gestisce social per lavoro che seguo, la prima reazione che ho visto è stata un allarme generico, tipo “quindi ora ogni foto ritoccata con l’AI va etichettata?”. Non è questo il caso: vale la pena guardare cosa dice per esteso l’annuncio prima di cambiare qualcosa che può restare come sta.
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Cosa riguarda l’etichetta, e cosa no
Secondo quanto riportato da TechCrunch, l’etichetta si applica quando “la persona presente in un profilo è stata generata o sostanzialmente creata con l’AI”: riguarda quindi i profili con una persona finta, gli influencer virtuali (personaggi costruiti interamente con strumenti generativi, senza un attore o un modello dietro) costruiti apposta, non l’uso quotidiano dell’intelligenza artificiale per modificare una foto, migliorare una didascalia o creare una grafica.
Chi gestisce un profilo aziendale e usa l’AI per rifinire un post, senza sostituire con un personaggio inventato chi lo gestisce, resta fuori da questo obbligo. Sapere dove passa il confine tra le due cose aiuta a valutare subito se il proprio lavoro quotidiano rientra in questo obbligo.
Cosa significa per chi non etichetta un profilo con una persona finta
I profili che mostrano una persona generata dall’AI senza etichettarla non riceveranno più raccomandazioni e vedranno ridotta la propria visibilità su Reels ed Esplora, secondo la dichiarazione di Meta ripresa da ANSA.
Chi invece etichetta correttamente il proprio profilo non subisce alcuna penalizzazione per il solo fatto di mostrare un personaggio generato dall’AI: il problema non è usare un personaggio del genere, è nasconderlo. Chi ritiene che il proprio profilo sia stato classificato per errore può contestare la valutazione dalla sezione Stato dell’account, lo stesso pannello da cui si può anche aggiungere l’etichetta volontariamente.
Com’era prima: il test di maggio e il doppio livello dell’etichetta
La prima versione di questo sistema risale a maggio 2026, quando Instagram ha iniziato a testare l’etichetta “AI Creator” su un gruppo ristretto di utenti. Il meccanismo, descritto all’epoca da Multiplayer.it, lavorava su due livelli: un’etichetta di profilo attivata volontariamente dal creator, e un’etichetta automatica “AI info” applicata da Instagram ai singoli contenuti quando rilevava strumenti di AI, con la seconda che sostituiva la prima sui post pubblicati da un account già segnato come AI Creator.
Fastweb, spiegando quella prima fase ai propri lettori, la descriveva come un sistema che si affidava alla correttezza di ogni creator nel dichiararsi, lasciato alla scelta libera di chi pubblicava. La differenza con l’aggiornamento di fine agosto è proprio questa: da sistema di trasparenza volontaria senza conseguenze dichiarate, l’etichetta sui profili con persone generate dall’AI diventa una regola che pesa sulla visibilità di chi la ignora.
Perché conviene restare trasparenti anche se il proprio caso non rientra nell’obbligo
Meta cita, tra le ragioni dietro questa stretta, casi di influencer virtuali che promuovevano app di incontri o prodotti per la salute senza che il pubblico sapesse di parlare con un personaggio inventato: la fiducia che si rompe in quei casi non colpisce solo chi ha creato il personaggio, colpisce la percezione generale di quanto ci si può fidare di un profilo che sembra una persona.
Per chi, come me, cura account di persone e aziende, non di personaggi costruiti a tavolino, la parte che vale la pena portarsi a casa da questo aggiornamento non è la paura di essere penalizzati per errore: è il promemoria che la trasparenza su cosa è stato fatto con l’AI, anche quando nessuna regola la impone ancora, tiene in piedi la fiducia di chi segue un profilo. L’ho già visto succedere lavorando insieme a Raffaele sui profili social che seguiamo per i clienti: chi dichiara apertamente dove e come usa l’AI, anche in una singola storia, riceve meno domande sospettose di chi prova a nasconderlo, prima ancora che Instagram si mettesse a controllare i profili con persone finte.