Non mi stupisce, ed è la prima cosa che ho pensato leggendo la notizia. Ad agosto 2026 LinkedIn ha ritirato la funzione che riscriveva per intero un post usando l’AI, quella che bastava un paio di righe buttate lì per trasformare in un post pubblicabile. A settembre l’ha sostituita con Post Proofreader, uno strumento pensato per fare una cosa molto più piccola: correggere quello che hai già scritto tu, non scriverlo al posto tuo. In mezzo, tra il ritiro e il lancio, c’è un numero che chi gestisce contenuti social per lavoro dovrebbe conoscere.
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Perché LinkedIn ha fatto marcia indietro
Il motivo non è un cambio di idea improvviso. Come ha raccontato Hari Srinivasan, il Chief Product Officer (il dirigente responsabile delle decisioni sul prodotto) di LinkedIn, in una dichiarazione ripresa da ALM Corp il 23 settembre 2026, la piattaforma aveva passato la seconda metà dell’estate a costruire sistemi di rilevamento e segnalazione puntati proprio sui contenuti generati dall’AI, e a fine agosto si è trovata a dover giustificare uno strumento interno che faceva esattamente quello che stava chiedendo agli utenti di segnalare.
Il pulsante per segnalare un post come AI slop (il termine con cui ormai si indica un contenuto generato dall’AI senza cura, riconoscibile e percepito come poco genuino) è stato usato più di un milione di volte nelle prime due settimane da quando è stato attivato: un numero abbastanza grande da spingere l’azienda a smontare in fretta uno strumento che stava contribuendo allo stesso problema che voleva combattere.
Cosa fa il nuovo Post Proofreader, e cosa non fa più
Chi si aspetta lo stesso strumento di prima con un nome diverso resta deluso, ed è voluto. Secondo quanto riportato da Social Media Today il 20 settembre 2026, Post Proofreader mostra le modifiche suggerite direttamente dentro il testo, con un tracciamento visibile di cosa cambierebbe riga per riga, e lascia a chi scrive la decisione se accettarle o no.
Non genera un post nuovo, non propone un argomento, non riscrive un paragrafo intero al posto tuo: corregge grammatica, chiarezza e struttura di un testo che hai già scritto tu. È disponibile per ora solo per chi ha un abbonamento Premium, la stessa fascia di utenti che aveva accesso allo strumento precedente prima del ritiro.
Il calo di visibilità che vale la pena guardare
Il dettaglio che mi ha colpita di più, e che consiglio di tenere d’occhio a chiunque gestisca un profilo LinkedIn aziendale, è un altro: da quando è attivo il pulsante di segnalazione, i post classificati dagli utenti come AI slop hanno perso in media il 40% delle visualizzazioni.
Non è (solo) una questione di reputazione o di commenti storti sotto un post scritto male: è l’algoritmo della piattaforma che sta imparando a penalizzare quello che gli utenti stessi segnalano come generato senza cura. Un post scritto interamente da un’AI, oggi su LinkedIn, rischia di arrivare a molte meno persone di uno scritto o anche solo corretto da chi lo firma.
Quello che avevo già imparato con il calendario editoriale, confermato da una piattaforma intera
Quando ho raccontato come costruisco un calendario editoriale social con l’AI, la lezione che avevo imparato a mie spese era la stessa che LinkedIn sembra aver imparato adesso su scala molto più grande: l’AI che aiuta a scrivere meglio quello che pensi tu funziona, l’AI a cui deleghi di pensare al posto tuo produce qualcosa che si riconosce, e ora si vede anche nei numeri di chi legge.
Per chi cura i contenuti LinkedIn di un cliente, il consiglio che porto a casa da questa notizia sta tutto in una distinzione: usare l’AI per rifinire un testo che hai già scritto tu, con il tuo punto di vista e i tuoi esempi, resta uno strumento utile. Chiederle di scrivere il post da zero partendo da un argomento buttato lì in tre parole, oggi, rischia di costare più visibilità di quanta ne faccia guadagnare in tempo risparmiato.